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lunedì 5 gennaio 2015

La lezione del pasticcere

Qualche giorno fa si è concluso "Il più grande pasticcere" (Raidue).
Partito in sordina, all'inizio sembrava la brutta copia di "Bake Off" (Real Time): una manciata di concorrenti, due/tre giudici cattivi come la pece, una conduttrice inutile, il format sembrava lo stesso, solo senza quei due o tre milioni di euro spesi in pubblicità di ogni tipo che ci hanno fatto sentire un po' perseguitati da BakeOff (internet, free press, giornali, fermate della metro, app sullo smartphone...).
E infatti, insieme al gruppo d'ascolto "Pendolari vittime di Trenord e dei suoi ritardi cronici" l'abbiamo liquidato dopo due puntate perché brutto: i dolci prodotti sembravano più opere d'arte che invitanti merende che ti scofaneresti come se non ci fosse un domani.

Con il passare del tempo, e delle serate invernali in cui non c'erano alternative reali in tv, un po' per  inerzia e un po' per golosità (in fondo si tratta sempre di dolci, il mio è un dovere scientifico), l'ho seguito puntata dopo puntata, e sono arrivata alla fine.

La storia non è migliorata, ma credo di avere colto il punto. Quella che sembrava una differenza banale da Bake Off, una scappatoia per non beccarsi una denuncia per plagio, si è rivelato un elemento fondamentale per la morale. Il punto è che i concorrenti erano dei professionisti.

Dopo anni di wannabe cantanti, attori, ballerini, cuochi, cuochi e - l'ho già detto?- cuochi, finalmente una competizione tra esperti. Era ora di dire basta ai "Ci provo" e di dare una contenuto alla parola "professione". Così forse gli adolescenti si convinceranno che vale la pena studiare per qualcosa.

Il più grande pasticcere è la dimostrazione che non basta l'improvvisazione, per essere un grande professionista, servono soprattutto:
- la tecnica. Bisogna studiare, bisogna avere grandi maestri, bisogna assorbire da chi ci sta intorno.
- l'esperienza. Non ci si sveglia una mattina e sei Carlo Cracco. Dopo avere imparato la tecnica, bisogna allenarla, bisogna sbattersi ogni giorno, fosse nel ristorante di famiglia o nella Fabbrica del cioccolato.
- la passione. Il pasticcere non è un lavoro che si può fare se quando ti alzi la mattina sogni di essere altrove. Non si può.
- la creatività. Come nella vita, non basta saper fare dei dolci perfetti, se non ci metti quel qualcosa in più, sarai un ottimo pasticcere nella media. Per essere il Migliore, ci vuole una punta di genialità.
- infine, le palle quadrate per reggere la competizione.

Certo, una bella dose di culo non guasta: se il papà ti lascia una attività in eredità, la tua salita sarà molto meno ripida. Ma è anche vero che a mandare a puttane una attività ben collaudata non ci vuole niente, quindi non è detto che sia un indice di successo sicuro.

E si può essere bravi anche essendo giovani: il vincitore, Antonio Daloiso, ha 25 anni. Quindi è giovane davvero, non come i giovani secondo il TG e il Parlamento, che hanno 45 anni.

Una cosa che mi ha stupito è il rispetto per i giudici: sei lì, stai preparando da due ore una colonna dorica di caramello e bigné, e questo stronzo arriva a rompere le palle: "Perché non hai cotto due ore fa questa crema basica che tutti sanno fare ad occhi chiusi?" "Il tuo disegno fa schifo" Ha parlato Picasso. Io avrei mosso le mani per molto meno. Ma i concorrenti niente: "Sì, maestro, grazie maestro." e niente più. Forse perché se lo fai di mestiere, sai apprezzare chi hai davanti, quando ti trovi di fronte a gente che ha vinto cose tipo il campionato del mondo.

Ecco, i giudici, parliamone un attimo. Io sono una profana, perché non li avevo mai sentiti nominare, ma il loro curriculum parla da solo. Sono braverrimi nel loro lavoro. Peccato che siano comunicativi come un soufflé sgonfiato e trasmettano la verve di un bigné vuoto. Anche i giudici di Masterchef non sono portati per la recitazione, ma chi ha fatto i casting ha saputo trovare la quadra: il bello, il simpatico e il pirla (lascio a voi gli accoppiamenti). Non importa che si fingano bastardi, fanno venire voglia di guardarli. Qui invece abbiamo il secco, l'acido e il basico. Ho passato metà del tempo a trattenere la voglia di schiaffeggiarli e l'altra metà del tempo a pensare che non vedevano un'adeguata dose di faiga da tempo immemore. Meno ghiaccioli nel culo, meno, davvero.

Essendo i concorrenti dei professionisti con delle attività ben avviate, spero che non finiranno a triturarci le palle nelle televendite sulle televisioni locali, propinandoci il ragù precotto o i surgelati come se fossero manna dal cielo.

E un'altra cosa che ho capito, è perché indossano sempre il cappello, perché altrimenti saremmo costretti a vedere queste cose:


2 commenti:

  1. Io il programma non l'ho guardato tutto ma mi è piaciuto. Guardandoli davvero potevi capire cos'è la pasticceria!
    I giudici, concordo con te, non erano fatti per stare in tv, facevano gli stronzi perchè così gli avevano detto di fare ma ne è venuta fuori una cosa forzata, oltretutto non sapevano per niente intrattenere, cosa che avrebbe dovuto fare la "presentatrice" inutile che era al loro fianco, ma neppure lei c'è molto riuscita..

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  2. Mi permetto di aggiungere un motivo sull'obbligo del cappello: per non trovare, tra la torta e la gelatina che la ricopre, a firma di un pasticcere di Alba che appare anche in tv, una sgradita sorpresa.
    Può accadere a tutti, ma la lunghezza della sorpresa mi ha fatto capire che non tutti amano questi bellissimi cappelli (o retine, mollettine, beccucci, se sono in déshabillé).

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